09 Feb Vivere le emozioni
Esistono infiniti testi, ricerche e prese di posizione sulla gestione delle emozioni. Tuttavia, in questo articoletto non voglio andare sul tecnico, bensì offrire un atteggiamento, una strategia che io trovo particolarmente utile a proposito di questo tema.
Quando provo qualcosa di piacevole, aaah, vorrei non finisse mai! Che sia gustare la mia crema al pistacchio preferita o sbellicarsi dalle risate con gli amici, mi godo il momento, tentando di imprimere ogni secondo a fuoco nella mia memoria. Quando invece percepisco un’emozioncina per la quale sento un qualche livello di disagio… ehhh, non è affatto come mangiar pistacchio! Che si trattasse di un pizzico di gelosia piuttosto che di un dolore atroce, la mia tendenza in principio era quella di far finta di niente, per poi iniziare a tirare dei calci metaforici all’emozione in questione, come a scrollarmi via qualcosa di appicicaticcio e fastidioso. Il risultato? Che il disagio aumentava, aumentava, ed aumentava.
La PNL mi ha salvato in più di qualche circostanza. Ci sono stati frangenti in cui 15 minuti di pura e semplice applicazione hanno trasformato emozioni che sembravano impossibili da gestire. Ad ogni modo, col tempo ho cominciato a domandarmi se questa fosse la sola strada possibile, e se esistessero modi per arricchire ulteriormente il mio rapporto con le emozioni. Le prime risposte non tardarono ad arrivare, ma ci volle un’esperienza per me molto forte per maturarle, ossia la fine di una storia d’amore importante. Personalmente, non avevo problemi ad accettare il dolore che ne seguì, lo ritenevo normale, però desideravo disperatamente che se ne andasse. Era come avere un ospite sgradito, un inquilino che sopporti per educazione mentre non vedi l’ora si levi di torno. Pensavo l’accettazione bastasse, ma vissuta con quello spirito non funzionava. Finché, un paio di mesi dopo, accadde qualcosa di inatteso. Ero disteso, sul divano, quando la sentii arrivare: una di quelle solite vampate di dolore stava bussando alla mia porta, scalpitando per buttarla giù. Senza riflettere, senza averlo premeditato, dentro di me dissi “ehi, ciao dolore, su coraggio, vieni a farmi un po’ di compagnia” e mi aprii totalmente alle sensazioni di quel momento, lasciandole scorrere in tutto il mio corpo. Nello stesso istante in cui lo feci, un’ondata di felicità mi travolse, e piansi, felice, sbalordito. “Grazie” aggiunsi, “e sappi che puoi venire a trovarmi quando vuoi!”.
Da quell’episodio, questo è quello che cerco di fare con le mie emozioni, piccole o grandi che siano. Ignorarle, rinnegarle, isolarle, scalciarle via crea una sorta di spaccatura, di distanza fra noi e loro. Ritengo pertanto non essere l’emozione in sé, quanto la spaccatura che creiamo a dar slancio al nostro disagio. Il ruolo delle emozioni sembra essere quindi quello di fluire. D’altronde, esse sono frutto del nostro corpo: noi le produciamo, noi le creiamo, sono parte di noi, parti che vorrebbero essere ascoltate, abbracciate. Ecco che accettandole, accogliendole, invitandole sinceramente e con coraggio (perché a volte ce ne vuole, e tanto) a pervaderci le viscere, per poi spronarle a ritornare dà un senso di completezza ed integrità senza pari.
Sono pienamente consapevole di non aver inventato nulla di nuovo. Quello che ho raccontato ho scoperto essere parte di correnti filosofiche e terapeutiche ben consolidate, ma ho voluto comunque riportare la mia esperienza, selezionandone i passaggi chiave.
Ecco quindi una scaletta della mia personale strategia per gestire, vivere, amare un’emozione:
- CONSAPEVOLEZZA: Riconoscere la presenza di un’emozione è il primo semplice passo, accompagnato dalla consapevolezza del nostro atteggiamento verso di questa: come ci stiamo comportando nei suoi confronti? La stiamo scacciando? La stiamo accogliendo? Un po’ tutti e due?
- ASCOLTO: Concediamoci qualche minuto per capire dove l’emozione in questione è localizzata nel nostro corpo, che forma ha, se si muove, come si muove, se ha un peso, una temperatura, se possiede una texture, dei colori, dei suoni persino.
- ACCETTAZIONE: Prendiamo un bel respiro e diciamoci: “Ok, c’è, è lì, la sto guardando, e sai cosa? Va bene così!”.
- ACCOGLIENZA: Quando siamo pronti, ci diciamo “Ok, ora vado da lei” e focalizzandoci su quella sensazione fisica che è l’emozione, la approcciamo rivolgendole parole come: “Ehi, ciao, so che sei lì. Voglio che tu sappia che vai bene esattamente così come sei. Dai, adesso vieni qua con me, coraggio!”, e a quel punto lasciamo andare ogni tipo di resistenza, vivendola e permettendole di espandersi nel resto del corpo.
- AMPLIFICAZIONE: Dopo aver accolto e abbracciato un’emozione, personalmente mi piace rivolgerle le seguenti parole: “Ancora, forza, cresci, di più, di più, coraggio!” (noto che più incoraggio l’emozione a crescere d’intensità, più questa si trasforma, azzerando il disagio).
- INVITO: Quando siamo soddisfatti, ringraziamo l’emozione, invitandola a tornare quando vuole (qui, come nei punti precedenti, preferisco dare un tocco di concretezza parlando direttamente all’emozione, usando un tono morbido e gentile per dirle, dentro la nostra testa: “Grazie, davvero. So che sei qui per proteggermi, so che vuoi farmi sentire vivo. Con me sei a casa, sei al sicuro. Grazie, e sappi che la porta per te sarà sempre aperta.”)
Una piccola nota sul punto 4: quando diamo il via libera ad un’emozione, può capitare di avere diverse reazioni, come piangere, urlare, ridere. Potremmo essere tentati dal resistere a queste pulsioni o dall’eseguirle in maniera blanda, se non che i maggiori benefici si ottengono lasciandoci andare completamente (e forse addirittura esagerando un pochino). Dunque se ci viene da piangere, piangiamo al 110%, se ci viene da urlare, urliamo al 110%, se ci viene da ridere, ridiamo al 110%. Potrebbe essere più confortevole, perciò, trovare un posto ed un momento sufficientemente intimi per dar pieno sfogo ad eventuali impeti (senza nuocere a nessuno ovviamente), dal salotto alla doccia di casa, da un prato in mezzo ai campi alla propria macchina in un parcheggio isolato.
In conclusione, non è tanto ciò che accade fuori, quanto ciò che accade dentro a determinare il nostro stato d’animo. Il bello è che ciò che accade dentro viene creato e plasmato da noi, ed è lì che abbiamo spazio di manovra, è lì che abbiamo una vasta gamma di scelte. A volte scegliamo di mettere distanza tra noi e le nostre emozioni, pensando di essere al sicuro, ma adesso sappiamo che, volendo, possiamo prenderle a braccetto, parlare con loro, rassicurarle, e invitarle a tornare, ad esempio, per gustare del buon pistacchio assieme.
Emanuele